Lavoro

Lucio non indossa mai i guanti

by ro_buk

Il tema del lavoro in questi giorni è più forte che mai. Oggi infatti è stato ufficializzato il risultato del referendum a Mirafiori, che porterà, data la vittoria dei sì, ad un nuovo investimento Fiat in Italia in cambio di regole di lavoro diverse da quelle precedenti. In realtà non voglio parlare di questo contratto, nè specificatamente della Fiat. Per inciso io sto dalla parte di Marchionne, nonostante il mio orientamento politico sia ben diverso da quello dell’Alt(r)o suo sostenitore. Ma in fin dei conti di quello che penso io di Marchionne può veramente importare a pochi.

Quello su cui mi vorrei soffermare è l’immagine del lavoro. Il lavoro bene o male copre la maggior parte della nostra vita, la maggior parte del nostro tempo, dei nostri sforzi, e per questi motivi è anche una delle nostre principali preoccupazioni. Nonostante ciò la storia del sindacalismo italiano (più quella recente che quella passata a dir la verità) ha fatto sì che si instillasse l’idea che il lavoro sia il nemico, l’ostacolo che non ci permette di goderci la vita. E questo, a mio avviso, è un errore gravissimo. Peggio, è uno dei fattori che concorrono allo stato attuale dell’economia italiana. Come si può lavorare quarant’anni non aspettando altro che il week-end, le ferie, la fine della giornata? Il lavoro, nella maggior parte dei paesi occidentali è visto come un elemento che gratifica, stimola e da un senso alla propria vita. Certo, ci sono un sacco di altre cose fondamentali che creano la pienezza della nostra esistenza, ma non si può negare che in tutto ciò il lavoro non può essere l’ultima ruota del carro, pena la non proficua godibilità di gran parte della nostra vita.

Il lavoro dovrebbe porre degli obbiettivi che, come ci diceva il grande Ignazio, facciano pulsare il sangue nelle vene. Obbiettivi raggiungibili, magari anche tramite mille difficoltà, ma che portino a farci sentire bene. Questo dovrebbe essere il ruolo dei sindacati: metterci in condizione di poter lavorare verso degli obbiettivi. Non è il lavoro della singola giornata da difendere, ma quello che ci porta a viverlo meglio. Ed in questa ottica i sindacati si dimenticano sempre dei veri “deboli” della nostra generazione: i super-precari, quelli che oggi ci sono e domani (inteso proprio alla lettera) non si sa. Che obbiettivi si può porre un lavoratore di questo tipo?

Penso che i sindacati se vogliono continuare ad esistere ed avere un ruolo attivo nella società moderna debbano cambiare profondamente proprio la mentalità. Bisogna capire infine che il lavoro a vita non esiste più. Noi che siamo entrati nel mondo del lavoro negli ultimi 5 anni l’abbiamo capito anche troppo bene, peccato che nessuno si prenda la briga di ascoltarci. Bisogna discutere meno e fare di più, accettare che il mondo è cambiato e che alcuni vecchi punti fermi possono essere modificati, magari sostituiti con nuovi diritti più in linea con una visione propositiva del lavoro. Il lavoratore vuole un lavoro che lo stimoli, e se lo ottiene è disposto a fare dei sacrifici. Perchè il ritorno, in termini di qualità della vita, è sicuramente maggiore.

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