Ricordiamo perchè siamo rossi

Peace for Myanmar

Anche se nessuno ne parla, non è finita.

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Perl – funzione grep ed Array

Ho trovato un metodo veloce e molto bello a livello di codice per trovare se un elemento appartiene o meno ad un array. Putroppo non mi ricordo più la fonte (tanto che non mi ricordavo neppure come si faceva e me lo sono dovuto ricavare) percui ne approfitto per scriverlo qui perchè rimanga a perenne memoria (quantomeno per me 😉 ).

Ma andiamo con ordine. Normalmente, per trovare se un elemento appartiene ad un array bisognerebbe scandire tutto l’array e fare il confronto con i vari elementi dello stesso. Come secondo metodo invece si può utilizzare la funzione grep nella sua forma normale ( @uscita = grep(espressione, @array) ) per poi vedere se il vettore ritornato è vuoto o meno. La forma che ho trovato utilizza anch’essa la funzione di grep ma in modo più sofisticato:


if (  grep ( {$_ eq espressione} @array)) { print "L'elemento è presente"; }
else {print "L'elemento non è presente";}

In tal modo è possibile con una sola riga di codice ottenere lo stesso risultato. Notevole, vero?

American Dream

Paese straordinario, gli Stati Uniti. Nonostante le mille contraddizioni, i mille problemi sociali e gli immensi divari tra fasce di popolazione, riesce sempre a stupire in quanto a creare e realizzare i sogni. A solo due secoli scarsi dalla schiavitù, a soli 30-40 dalla fine della segregazione razziale, sono riusciti ad eleggere un presidente nero. Neppure la chiesa ci è riuscita preferendo ad un papa nero un vecchio bianco (guarda te le similitudini…). Certo, si può obbiettare che in realtà Obama non è discendente degli schiavi ma di una immigrazione ben successiva, ma sarebbe cercare proprio la minima giustificazione, mentre sappiamo benissimo che i pregiudizi vengono sollevati da elementi macroscopici e non da sottili differenze. Ad ogni modo la vittoria di Obama (sulla quale, nonostante i sondaggi, avevo ancora dei dubbi, vista la coriacità dell'”american style of life”) segna sicuramente un grande cambiamento anche al di fuori del colore della pelle: è stato in grado di calamitare l’attenzione della stragrande maggioranza dei giovani, spesso lontani dalla politica (anche se non ai livelli nostrani), di raccogliere fondi con una media di 20$ a donazione (che dimostra come la maggior parte delle offerte siano veri e propri spiccioli, contro le solite donazioni milionarie di corporation, industriali e ricconi in cerca di favori), di saper dare al popolo di internet l’importanza che ormai ha, sia in termini di protesta che in termini propositivi.

Certo, è da dimostrare se alle parole seguiranno i fatti, ma daltronde come si può pretendere di cambiare senza un briciolo di inesperienza? Interessante, da questo punto di vista, l’approcio del vincitore che ha detto ai suoi sostenitori che probabilmente non approveranno tutto il suo operato, che forse ci saranno delle false partenze e delle cose non condivise ma che sarrà aperto anche in questi casi al confronto e non solo con il proprio elettorato. Beh, sinceramente già questo mi pare un cambiamento radicale rispetto all’unilateralismo “dettato da Dio” che ha condotto gli ultimi otto anni di amministrazione.

McCain ha pagato la vecchiaia, dimostrando che negli stati uniti (a differenza di qui in Italia) non è pensabile affidarsi ad un ultrasettantenne. Ha pagato però tantissimo il fallimento totale dell’amministrazione Bush: otto anni disastrosi che consegnano un paese in crisi economica, sociale e sobbarcato di un debito al cui confronto il nostro sono noccioline. Ed ha anche pagato il fatto di essere un vero signore, poco incline all’offesa personale (dimostrazione ne è stata la poca convinzione con cui ha ceduto alle pressioni dei suoi consiglieri attaccando Obama sui suoi presunti collegamenti con predicatori anti-americani, oltre che al modo in cui, a campagna ben inoltrata, ha strappato il microfono ad un suo sostenitore che aveva affermato che Obama era un terrorista). Come da vero signore è stato l’inizio del discorso di ieri, a sconfitta consolidata: ha affermato di voler aiutare Obama per uscire dalla situazione in cui versa il paese chiamando Obama “il mio presidente” e suscitando così i fischi dei suoi stessi sostenitori. Ce ne fossero di politici così integri e consci che il bene del paese è al di sopra di ogni interesse personale! Ce ne basterebbero giusto un paio per far cambiare le cose anche da noi…