Quando la democrazia non conta

Sempre più spesso il volere dei votanti in Italia non conta nulla. Sempre più spesso è la minoranza che costringe la maggioranza.

In principio fu il referendum del 1993 che decretò la fine del proporzionale in Italia (a parte una quota del 25% dei seggi). Poi però una legge unilaterale dell’ultimo minuto dello scorso governo decretò che il volere di più del 70% dei votanti era evidentemente sbagliato e ci riappioppò un sistema del tutto ingovernabile. Poi, anzi, assieme a quello, fu deciso che votare le persone da eleggere era da bambini viziati, meglio lasciar fare a chi poteva mettere sulle poltrone gli amici degli amici, i figli e i parenti tutti. Ora dopo un accordo stretto tra governo e le parti sociali e dopo che un referendum tra i lavoratori ha approvato a grande maggioranza (ma anche fosse stata minima? il referendum sull’aborto passo con il 53% e cambiò la vita degli italiani…) un partito o due (partiti, non i lavoratori che comunque sono una minoranza visto l’esito) si piazza sulla barricata e promette astensione (che = NO al senato). Con il chiaro intento di far andare a monte l’accordo.

Ora non sono qui a parlare dei termini di questo accordo, nè del fatto che se non passa si torna allo scalone. Anche se si parlasse di tarallucci e vino alla mensa aziendale sarebbe lo stesso il discorso: una democrazia si basa su delle votazioni. Chi ottiene più del 50% ha ragione e gli altri devono adeguarsi o presentare qualche altra idea che se approvata alla stessa maniera avrà il diritto di imporsi. Non mi pare di dire nulla di bolscevico o fascista. Eppure in quest’Italia che con la prima repubblica ha perso ogni pudore istituzuionale ( e si che di casini quelli ne hanno combinati parecchi…) sembra che si tratti di insulti a destra come a sinistra.

Poveri noi.

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