Anche gli androidi sognano di pecore elettriche

Ho appena finito di rileggere il geniale capolavoro di Philip K. Dick. Mi colpisce sempre la profonda diversità che intercorre tra il libro ed il film capolavoro di Ridley Scott. Si tratta di due opere ben distinte tra loro in quanto la storia è profondamente diversa. Perfino lo scenario in cui si muovono i protagonisti è simile ma non del tutto uguale. Quello che accomuna le due visioni è il buio, l’oscurità e la tristezza in cui è pervaso il mondo vuoto, post atomico che è la terra, dove polvere radioattiva continua a cadere dal cielo. La differenza principale sta nei personaggi principali e nel modo in cui sono visti gli androidi.

Se non avete letto il libro o visto il film non proseguite nella lettura 😉

Il protagonista, il cacciatore di taglie Rick Deckard, è nel libro un padre di famiglia, con una moglie, che porta a casa un misero stipendio che si alza solo nel caso in cui “ritiri” degli androidi. Nel film invece, Deckard viene disegnato, dal grande Harrison Ford, come un uomo solitario, rude, che vive da solo con le sue paure ed i suoi sogni. Rachel, l’androide, nel film risulta un personaggio romantico che spera di sentire quello che provano gli uomini e che fa innamorare il cacciatore di taglie. Nel romanzo è invece un personaggio negativo, cinico e gelido, che si comporta come si può immaginare si comporti una macchina. Gli androidi infatti hanno una connotazione diversa nei due casi. Pur essendo insita in entrambe le versioni il dubbio su come riconoscere la differenza tra cos’è una macchina e cos’è un uomo, nel film questa differenza è molto più incerta fino al dubbio che viene insinuato nel finale (quello vero, della versione director’s cut, non quello lieto imposto dalla casa cinematografica) che Deckard stesso sia un androide. Nel libro invece gli androidi sono riconoscibili per via della freddezza con cui trattano gli altri.

Altra differenza sostanziale è l’assenza nel film di un paio di tematiche che invece assumono un ruolo rilevante nello scritto di Dick. In primo luogo è il ruolo degli animali. Ogni persona che si rispetti deve possedere un animale vero ed accudirlo amorevolmente. Avere un animale finto, elettrico, è un onta che va nascosta. Il possesso di un animale infatti diventa il sigillo di un contatto con il passato, il ricordo di quello che era, e la principale differenza tra uomini ed androidi, i quali non sentono nessun calore per gli esseri viventi. E’ interessante questa visione degli animali come mezzo per darsi una dignità.  In secondo luogo c’è una macchina usata dai protagonisti per non sentirsi soli. In pratica tutti quelli che sono attaccati a questa macchina in un determinato momento trasmettono agli altri i propri stati d’animo. In tal modo l’umanità, dispersa in immense città vuote riesce a far sembrare meno dura la sua esistenza.

Infine,le scene più famose del film, non hanno riscontro sul libro e viceversa. Neppure il celebre discorso finale di Roy Baty “Ho visto cose che voi umani…”.

Pur essendo così diversi entrambi però rappresentano alla perfezione la visione cupa e triste del mondo che Dick immaginava nel suo futuro. Una visione che, nel 1968, non aveva precedenti e si stagliava nettamente dai libri di fantascienza dell’epoca, alla Asimov per intenderci. Il senso di ricerca, di dubbio e di stanchezza permea le pagine non offrendo al lettore scorci di salvezza. Un racconto straordinario.

In chiusura vorrei soffermarmi in un paio di curiosità riguardanti il film. Blade Runner ha in realtà segnato l’inizio della fortuna di Philip K. Dick, prima di allora sottovalutato, il quale però è morto proprio allora che i diritti delle sue opere gli avrebbero portato la stabilità economica. Sfortune che spesso ritornano nel mondo dell’arte, nel quale gli artisti anticipano spesso i tempi della comprensione della gente comune. Il film non aveva un gran budget iniziale e, per questo motivo è permeato da un gran numero di errori, visto che non si potevano ripetere più di tanto le scene. Eppure il risultato è quasi di natura filosofica, vuoi per le ambientazioni dark ed elettroniche, per la bellezza delle immagini e per il meraviglioso accompagnamento delle musiche dei Vangelis. Purtoppo però la casa produttrice non era convinta del prodotto ed obbligò Ridley Scott ad eliminare le scene più violente e concludere con un lieto fine. Il regista si piegò al volere della casa ma inserì una scena che non centrava nulla con l’intera ambientazione del film: inserì la scena iniziale dello Shining di Kubrick che non era ancora uscito. Questo fatto però ha causato una proliferazione di versioni con più o meno pezzi differenti. Quello che però illustra il vero pensiero del regista è il Director’s Cut, uscito dieci anni dopo e che io ritengo il vero Blade Runner.

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5 Responses to Anche gli androidi sognano di pecore elettriche

  1. profmau says:

    Ah miki che piacevole coincidenza…ho giusto qui sulla scrivania di fianco al computer il director’s cut di Blade Runner…in attesa di una visione attenta. Quanto a Dick sai che io lo adoro, ho letto moltissimo della sua produzione, dai primi testi più standard, scritti per guadagnarsi da vivere, ai testi del tutto assurdi, visionari e paranoici degli ultimi decenni travaglati tra perdizioni allucinogene, disintossicazioni e crisi mistiche. Un mondo immenso e complesso quello dell’immaginario di Dick, forse tuttora non del tutto comprensibile, strettamente connesso ai travagli della sua vita di Artista di Merda, come si autodefinisce in uno dei romanzi più “realistici”. Lo consiglio a tutti…la sua non è fantascienza,non è futuribile, è un labirinto di visioni che hanno il potere straordinario di aprire la mente a dimensioni precedentemente impensabili! Fra tutti i suoi testi, oltre a quello che hai citato tu, consiglierei L’uomo nell’alto castello (tradotto anche La svastica sul sole), Ubik, In senso inverso e Confessioni di un’artista di merda.

  2. Pingback: Vangelis - Blade Runner OST « Wall Of Sound

  3. “Molti sembrano certissimi che nessun calcolatore potrà mai essere senziente, cosciente, dotato di volontà propria, o in qualche altro modo “consapevole” di se stesso. Ma che cosa ci rende tutti così sicuri di possedere poi questa meravigliosa qualità? E’ vero che se c’è qualcosa di cui siamo sicuri, è proprio questo: “Io sono consapevole, dunque sono consapevole”. Ma cosa significano in realtà queste convinzioni? Se l’autoconsapevolezza significa sapere che cosa accade nella propria mente, nessun realista potrebbe sostenere a lungo che le persone abbiano molta intuizione, nel senso etimologico di “vedere dentro”. In effetti, le prove che noi siamo autoconsapevoli, cioè che possediamo qualche attitudine particolare a scoprire ciò che accade dentro di noi, sono davvero molto deboli”
    Marvin Minsky
    Buona lettura!:
    link

  4. mikyjpeg says:

    Grazie per la segnalazione, appena avrò tempo lo leggero!

  5. Pingback: Discarica

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